Libro – Un obiettivo sulla vita
La mia impronta cromatica
Secondo capitolo del percorso che porta all’uscita di “Un obiettivo sulla vita”. Questa volta non un estratto, ma una riflessione che nel libro racconto con altre parole, e un piccolo episodio molto recente che, quasi per caso, l’ha confermata sul campo.
Chi ha letto il primo assaggio, quello sull’arrivo in Val di Fassa, sa già che questo libro non è un manuale di fotografia. È un racconto. E i racconti, a volte, continuano a scriversi anche dopo che il libro è chiuso.
Vent’anni per trovare un colore
Con le prime reflex digitali che ho posseduto, la 30D, poi la 40D, poi la 50D, esisteva la possibilità di impostare un profilo colore personalizzato. Provai tutte le combinazioni possibili, con centinaia di scatti, finché non trovai quella che mi convinceva davvero. Da quel momento non feci più altre prove: presi semplicemente il profilo colore che avevo trovato, e lo trasferii identico su ogni modello successivo, uno dopo l’altro, per vent’anni.
Non cerco le prestazioni quando scelgo una macchina fotografica. Non sono un fotografo sportivo, non mi serve la raffica più veloce del mercato. Cerco la resa cromatica, quella precisa, quella che ho costruito io stesso, scatto dopo scatto, e che oggi riconosco all’istante in ogni fotografia che faccio, quasi come una firma.
Diciamocelo con franchezza: chi critica una fotografia perché troppo contrastata, troppo satura o troppo nitida, sostenendo che non sia reale, non ha capito granché. Nessuna fotografia è reale, in senso stretto. Ogni immagine, sia essa su pellicola o digitale, trasforma in modo diverso l’ambiente in qualcosa che poi diventa una stampa o un’immagine su uno schermo, e lo fa ogni singola volta in modo leggermente diverso, a seconda del supporto, del sensore, dell’obiettivo, e soprattutto del monitor, della sua qualità e della sua calibrazione. Se cento fotografi fotografassero lo stesso soggetto, otterremmo cento risultati leggermente diversi tra loro. Quale sarebbe quello reale? E secondo gli occhi di chi, visto che anche l’occhio umano può percepire i colori in modo diverso da persona a persona? Per non parlare del bianco e nero, che di naturale non ha assolutamente nulla: nessuno vede il mondo in bianco e nero. Tornando quindi al punto di partenza, non esiste la fotografia ideale dai colori reali.
C’è una frase di Neil Leifer che racchiude bene questo pensiero.
“La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha.”
L’esperimento
Qualche settimana fa ho deciso di metterla alla prova. Sono un canonista da oltre quarant’anni, fedele a un solo marchio per un’intera vita fotografica, ma ho voluto dimostrare a me stesso di non avere pregiudizi, e ho comprato una Nikon Z fc.
Bellissima, va detto. Compatta, con un design che richiama le reflex meccaniche degli anni ottanta, quasi una cugina della mia prima Canon AE-1 Program, di cui racconto la storia proprio nel primo capitolo del libro. Mi ha conquistato al primo sguardo.
Poi ho iniziato a fotografare.
Ho fotografato la stessa scena, nello stesso momento, prima con la Nikon e poi con la mia Canon 90D. Il risultato non lasciava spazio a dubbi: i colori della Nikon erano più freddi, più contrastati, tecnicamente puliti ma senza quel calore che negli anni ho imparato a cercare, e a ottenere, con la mia impronta cromatica.
Non è un difetto della Nikon. È una macchina eccellente, con una qualità costruttiva e un’ergonomia che ho apprezzato davvero. È semplicemente un’altra lingua fotografica, diversa dalla mia, che mi sono costruito addosso in vent’anni di profili colore copiati da un corpo macchina all’altro.
Il verdetto
Cinque giorni, centootto scatti, e ho già fatto richiesta di reso.
Ci ho provato, con tutta la buona volontà. Ma resto, e resterò, un canonista.
Di molto altro sulla mia storia fotografica, si parla proprio in “Un obiettivo sulla vita”, il mio libro in uscita prossimamente su Amazon, sia in versione cartacea sia in ebook. Se vi siete persi il primo assaggio, con il racconto di come sono arrivato in Val di Fassa, lo trovate qui sul blog.
