Ritorno alla Luna: da Apollo ad Artemis, la nuova corsa spaziale

Nel luglio 2019 scrivevo su questo blog dei 50 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11. Era il 2019, e sembrava fantascienza pensare che nel giro di pochi anni avremmo potuto vedere di nuovo esseri umani camminare sulla superficie lunare.

Oggi, febbraio 2026, quella fantascienza sta per diventare realtà. Ma non senza intoppi, ritardi e una buona dose di quella complessità che solo i viaggi spaziali sanno regalare.

Artemis: il programma che ci riporterà sulla Luna

Il programma Artemis, chiamato così in onore della sorella gemella di Apollo nella mitologia greca, è il piano della NASA per riportare gli astronauti americani sulla Luna, inclusa la prima donna e la prima persona di colore che metteranno piede sul nostro satellite naturale.

A differenza di Apollo, che era una corsa contro il tempo per battere i sovietici, Artemis ha obiettivi diversi: stabilire una presenza umana permanente oltre l’orbita terrestre bassa e usare la Luna come trampolino per future missioni su Marte.

 

Dove siamo oggi: Artemis II alle porte

In questo momento, mentre scrivo, il razzo Space Launch System (SLS) e la capsula Orion sono già sul pad di lancio 39B al Kennedy Space Center, gli stessi pad da cui partivano le missioni Apollo oltre cinquant’anni fa.

Artemis II dovrebbe decollare tra qualche settimana, a marzo 2026, con un equipaggio di quattro astronauti: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch (NASA) e Jeremy Hansen (Agenzia Spaziale Canadese). Sarà la prima missione con equipaggio intorno alla Luna dal 1972, anche se non prevede allunaggio.

La missione durerà circa 10 giorni e porterà gli astronauti più lontano dalla Terra di quanto sia mai accaduto prima, un record che appartiene attualmente all’equipaggio di Apollo 13.

 

Ma già questo primo passo non è stato semplice. Artemis II era inizialmente prevista per settembre 2025, poi rimandata ad aprile 2026, e ora programmata per marzo. I ritardi sono dovuti principalmente ai problemi dello scudo termico della capsula Orion, che durante il volo di prova senza equipaggio Artemis I si è comportato in modo inaspettato.

Il vero obiettivo: Artemis III e il ritorno sulla superficie

Il momento che tutti aspettiamo è Artemis III: il primo allunaggio con equipaggio dal dicembre 1972. Ma qui le cose si complicano.

Ufficialmente NASA punta alla metà del 2027, ma le previsioni più realistiche parlano del 2028. Perché tanto pessimismo? La risposta ha un nome: Starship.

Nel 2021 NASA ha scelto SpaceX e la sua Starship come sistema di allunaggio per Artemis III. È una scelta rivoluzionaria: Starship è il razzo più potente mai costruito, alto quanto un edificio di 15 piani. Ma è anche incredibilmente complesso.

Per arrivare sulla Luna, Starship deve essere rifornita in orbita terrestre da almeno 14 voli di razzi “cisterna”. Una manovra mai tentata prima su questa scala. Documenti interni di SpaceX suggeriscono che la prima dimostrazione di rifornimento orbitale avverrà solo nel giugno 2026.

I dubbi della comunità scientifica

Nel settembre 2025, il pannello consultivo per la sicurezza della NASA ha visitato le strutture di SpaceX in Texas e ha concluso che il sistema di allunaggio Starship “potrebbe essere anni in ritardo” rispetto al programma del 2027.

Le preoccupazioni sono fondate. Starship ha completato solo sei voli di prova, e il trasferimento di carburante criogenico nello spazio rimane una sfida tecnica enorme. A ottobre 2025, l’amministratore facente funzione della NASA Sean Duffy ha dichiarato che l’agenzia potrebbe “aprire il contratto” ad altre aziende se SpaceX non rispetta i tempi.

La pressione della Cina

Non si tratta solo di questioni tecniche. La Cina ha annunciato l’intenzione di portare astronauti sulla Luna entro il 2030, e la corsa spaziale del XXI secolo è appena iniziata.

L’amministratore della NASA Bill Nelson ha dichiarato di non essere preoccupato che la Cina possa arrivare prima: “Penso che abbiano un piano molto aggressivo. Vorrebbero atterrare prima di noi… ma il fatto è che non credo che ci riusciranno”.

Quello che non è cambiato

Leggendo di questi ritardi, problemi tecnici e rivalità internazionali, mi viene in mente quanto scrivevo nel 2019 sui 50 anni dell’Apollo: i viaggi spaziali sono difficili. Dannatamente difficili.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin arrivarono sulla Luna nel 1969 dopo otto anni di lavoro intenso, miliardi di dollari e la tragedia dell’Apollo 1 che costò la vita a tre astronauti. Anche allora c’erano ritardi, esplosioni in fase di test, problemi tecnici che sembravano insormontabili.

La differenza è che oggi conosciamo meglio la complessità di quello che stiamo facendo. Non stiamo più correndo una gara di prestigio contro un rivale politico. Stiamo costruendo le fondamenta per rimanere sulla Luna, e magari un giorno andare su Marte.

Una questione di prospettiva

Tra qualche settimana, se tutto va bene, quattro esseri umani si allontaneranno dalla Terra più di quanto chiunque abbia mai fatto prima. Vedranno la faccia nascosta della Luna con i propri occhi. E anche se Artemis III slitterà al 2028 o 2029, prima o poi succederà.

Quella mattina di luglio 1969, quando Neil Armstrong mise piede sulla Luna, avevo 8 anni e guardavo tutto in bianco e nero su una televisione sgranata. La prossima volta che vedremo impronte fresche sulla superficie lunare, le guarderemo in alta definizione, a colori, forse in diretta streaming sui nostri telefoni.

I tempi cambiano. La Luna resta sempre lì, ad aspettarci.

Anton

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